Visto per lavoro autonomo e partita IVA: guida per professionisti stranieri non UE
Un professionista extra-UE può trasferirsi in Italia per lavorare in proprio, ma il percorso intreccia immigrazione e fisco: prima il visto e il permesso per lavoro autonomo, poi la partita IVA e la scelta del regime. Vediamo requisiti, passaggi pratici, vantaggi del forfettario ed errori da evitare.
Lavorare in autonomia in Italia da straniero non UE: è possibile?
Molti professionisti e liberi professionisti extra-UE si chiedono se sia davvero possibile lavorare in autonomia in Italia da straniero, senza un datore di lavoro che li assuma. La risposta è affermativa: l’ordinamento italiano prevede una specifica via d’ingresso per il lavoro autonomo, distinta da quella del lavoro dipendente, riservata a chi vuole esercitare un’attività in proprio. È una possibilità concreta, ma da costruire con i giusti requisiti.
Rientrano in questa categoria figure molto diverse: il libero professionista, il consulente, l’imprenditore individuale, l’artigiano, ma anche chi intende costituire una società o assumere cariche societarie. Ciò che le accomuna è l’esercizio di un’attività non subordinata, svolta con una propria organizzazione e assumendo in proprio rischi e responsabilità. La varietà delle attività ammesse è ampia, ma ciascuna ha le sue regole.
Il percorso, però, non è immediato. Il cittadino non UE che vuole stabilirsi per lavoro autonomo deve ottenere prima un visto d’ingresso e poi un permesso di soggiorno, superando una serie di verifiche su requisiti professionali, economici e, in molti casi, sulla disponibilità di una quota d’ingresso. È un iter strutturato, che va affrontato con metodo. I tempi, di conseguenza, vanno messi in conto con realismo.
Distinto dal profilo immigratorio è quello fiscale: una volta in Italia, il professionista dovrà aprire la partita IVA e scegliere il proprio regime fiscale. I due piani, quello del permesso e quello del fisco, viaggiano su binari separati ma collegati, e vanno entrambi pianificati con cura sin dall’inizio. Trascurarne uno significa rischiare di compromettere l’altro.
Il visto per lavoro autonomo: requisiti e procedura
Il visto per lavoro autonomo in Italia è la chiave d’ingresso per chi vuole esercitare un’attività in proprio. Il suo rilascio è subordinato a diversi requisiti, che variano in parte a seconda dell’attività, ma che ruotano attorno ad alcuni pilastri comuni: l’idoneità professionale, la solidità economica e la sussistenza di una quota d’ingresso, quando prevista. Conoscerli in anticipo è il primo passo per non perdere tempo.
Sul piano economico, il richiedente deve dimostrare di disporre di risorse adeguate per l’esercizio dell’attività e di un reddito sufficiente al proprio sostentamento, secondo parametri stabiliti. È inoltre necessario, per molte attività, un nulla osta o un’attestazione rilasciata dall’ente competente, tra cui la Camera di Commercio, che certifica i parametri economico-finanziari o l’insussistenza di motivi ostativi.
La procedura si articola in più passaggi e coinvolge diverse autorità. In sintesi, si ottiene l’attestazione o il nulla osta dell’ente competente, quindi il nulla osta provvisorio in Questura, poi il visto presso il Consolato italiano nel Paese di origine, e infine, dopo l’ingresso in Italia, il permesso di soggiorno per lavoro autonomo. Ogni passaggio ha tempi propri, da coordinare con cura.
Un aspetto cruciale è la quota. Per molte fattispecie, l’ingresso per lavoro autonomo rientra nel decreto flussi, il provvedimento che fissa periodicamente il numero di ingressi consentiti. È un punto da non sottovalutare: il decreto si apre di norma una volta l’anno e le quote, limitate, si esauriscono al cosiddetto click day spesso in pochi minuti dall’apertura dei portali. Verificare in anticipo la disponibilità della quota e la data esatta del click day è quindi essenziale, perché senza quota, dove richiesta, la domanda non può essere accolta, e si è costretti ad attendere la finestra dell’anno successivo. Per questo conviene monitorare le aperture del decreto con largo anticipo e arrivare con la documentazione già pronta.
Aprire la partita IVA da straniero: passaggi pratici
Una volta in Italia con il titolo di soggiorno, il professionista deve dotarsi degli strumenti per operare, a partire dalla partita IVA. Aprire la partita IVA per gli stranieri non UE segue le stesse regole previste per i residenti: occorre presentare all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di inizio attività, indicando il codice che identifica l’attività esercitata. Senza partita IVA non si può fatturare né operare regolarmente.
Il presupposto è disporre del codice fiscale, di norma già ottenuto in sede di permesso di soggiorno. All’apertura si individua il codice che descrive l’attività e si sceglie il regime fiscale, decisione importante perché incide sulla tassazione e sugli adempimenti. È un passaggio semplice sul piano formale, ma da impostare correttamente fin dall’inizio. La scelta del regime, in particolare, va ponderata con attenzione.
Alla partita IVA si accompagnano altri adempimenti: l’iscrizione alla gestione previdenziale competente, per il versamento dei contributi, e, per alcune attività, l’iscrizione alla Camera di Commercio o all’albo professionale di riferimento. Anche la posta elettronica certificata e la fatturazione elettronica rientrano tra gli strumenti ormai indispensabili per operare. Trascurarne uno può comportare sanzioni anche per importi non elevati.
Per chi arriva dall’estero, il consiglio è di non improvvisare questi passaggi. Una scelta affrettata del codice di attività o del regime fiscale può comportare conseguenze durature. Affidarsi a un commercialista sin dall’apertura aiuta a impostare correttamente la posizione e a coordinarla con il proprio titolo di soggiorno. Un avvio ben impostato risparmia correzioni costose in seguito.
Regime forfettario: quando conviene
Tra le scelte fiscali, quella del regime è spesso la più rilevante. Per molti professionisti il regime forfettario rappresenta la soluzione più vantaggiosa, soprattutto nelle fasi iniziali dell’attività. Si tratta di un regime agevolato riservato alle persone fisiche con partita IVA che non superano una determinata soglia di ricavi o compensi annui, oggi fissata a ottantacinquemila euro. È spesso la prima decisione fiscale che un professionista deve prendere.
Il suo vantaggio principale è la tassazione. Il reddito non si calcola sui costi effettivi, ma in modo forfetario, applicando ai ricavi un coefficiente stabilito in base al tipo di attività; sul reddito così determinato si applica un’imposta sostitutiva del quindici per cento, che assorbe l’imposta sui redditi e le addizionali. Per i primi anni di una nuova attività l’aliquota scende addirittura al cinque per cento.
A questo si aggiungono semplificazioni significative: l’esonero dall’IVA, che non si addebita in fattura, l’esclusione dall’imposta regionale sulle attività produttive e una contabilità alleggerita. Per un freelance agli inizi, con costi contenuti e ricavi non elevati, il risparmio rispetto alla tassazione ordinaria può essere notevole.
Il regime non è però sempre la scelta giusta. Esistono cause di esclusione e limiti, e per chi sostiene costi elevati o supera la soglia di ricavi può rivelarsi meno conveniente della tassazione ordinaria. La valutazione va fatta sul caso concreto, considerando la struttura dei propri ricavi e costi, con l’aiuto di un consulente. Conviene quindi verificarne la convenienza prima di aderirvi.
Un esempio rende tangibile la differenza. Un libero professionista con 60.000 euro di ricavi, nel forfettario, determina l’imponibile applicando il coefficiente di redditività previsto per la sua attività (per molte professioni il 78 per cento), cioè 46.800 euro, e vi applica l’imposta sostitutiva del quindici per cento, circa 7.000 euro, ridotti a circa 2.300 nei primi cinque anni di una nuova attività. Lo stesso reddito, nel regime ordinario, sconterebbe l’IRPEF progressiva e le addizionali, con un prelievo che può facilmente superare il doppio. A entrambi i regimi si aggiungono poi i contributi previdenziali, da mettere sempre nel conto
Differenza tra lavoro autonomo e dipendente: cosa cambia
Per orientarsi, è utile chiarire la differenza di fondo tra le due forme di lavoro. Il freelance straniero in Italia, come ogni lavoratore autonomo, esercita la propria attività con una propria organizzazione e partita IVA, senza vincolo di subordinazione: decide come, quando e per chi lavorare, ma assume in proprio rischi, costi e responsabilità. Sono due modi profondamente diversi di lavorare e di essere tutelati.
Il lavoratore dipendente, al contrario, è inserito nell’organizzazione di un datore di lavoro, con un contratto di lavoro subordinato che gli garantisce uno stipendio fisso e una serie di tutele, dalle ferie alla malattia, dai contributi versati in parte dal datore alla protezione contro il licenziamento. In cambio, accetta la direzione e il controllo altrui.
Le differenze si riflettono anche sul piano immigratorio e fiscale. Il visto e il permesso seguono regole diverse a seconda che si tratti di lavoro autonomo o dipendente; sul fronte fiscale, l’autonomo gestisce in proprio imposte e contributi tramite la partita IVA, mentre per il dipendente vi provvede in larga parte il datore di lavoro. Comprenderle aiuta a scegliere la forma più adatta alle proprie esigenze.
Per il professionista che arriva dall’estero, comprendere questa distinzione è essenziale, perché orienta l’intera scelta del percorso. Chi vuole davvero lavorare in proprio, con clienti e progetti diversi, troverà nel lavoro autonomo la cornice naturale; chi cerca stabilità e tutele guarderà al lavoro subordinato. Sono due strade, con regole proprie. Conviene scegliere consapevolmente, non per esclusione.
Errori da evitare nella procedura
Il percorso, tra immigrazione e fisco, presenta alcune insidie ricorrenti, che conviene conoscere per evitarle. Il primo errore è sottovalutare il tema della quota: presentare la domanda senza verificare la disponibilità di una quota nel decreto flussi, dove richiesta, espone al rischio di un diniego, a prescindere dalla bontà del progetto professionale.
Un secondo errore frequente è la documentazione carente o imprecisa, sul fronte dei requisiti professionali, economici e alloggiativi. Una pratica incompleta rallenta o blocca l’iter, e correggere in corso d’opera è spesso più difficile che predisporre tutto correttamente fin dall’inizio, soprattutto quando si opera a distanza e in una lingua diversa. La cura della pratica, in questo campo, fa davvero la differenza.
Sul versante fiscale, gli errori più comuni riguardano la scelta del codice di attività e del regime. Un codice errato o un regime poco adatto alla propria situazione possono tradursi in una tassazione più alta o in adempimenti complicati. Anche trascurare gli obblighi contributivi è un rischio, perché i contributi sono dovuti a prescindere dal regime fiscale scelto.
L’ultimo errore, e il più costoso, è affrontare tutto da soli, senza coordinare il profilo immigratorio con quello fiscale. I due piani si influenzano a vicenda, e una scelta sbagliata su un fronte può ripercuotersi sull’altro. È il motivo per cui, come Studio, seguiamo insieme il visto, il permesso e l’impostazione fiscale del professionista: una regia unica trasforma un percorso accidentato in un avvio ordinato.

Avv. Federico Migliaccio
Avvocato, Foro di Roma · Studio Legale Internazionale Boschetti
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma dal 2017. Dal 2022 membro dello Studio Legale Internazionale Boschetti, si occupa di diritto dell’immigrazione con focus su residenza elettiva, visto per investitori e riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis.
Albo Avvocati di Roma
Laurea LUISS Guido Carli
Diritto dell’Immigrazione
Cittadinanza Iure Sanguinis
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