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Italia per i digital nomad: visto, regime fiscale e dove vivere

L’Italia ha un visto dedicato ai nomadi digitali e ai lavoratori da remoto altamente qualificati, con un regime fiscale che può rivelarsi competitivo e città adatte a chi lavora online. In questa guida vediamo come funziona il visto nomade digitale Italia, quali sono i requisiti di reddito e i documenti, quanto dura, quale regime fiscale conviene, dove vivere e come l’Italia si confronta con Portogallo e Spagna.

Il visto per nomadi digitali in Italia: requisiti e procedura

Il visto nomade digitale Italia è stato introdotto dall’art. 27, comma 1-sexies, del Testo Unico sull’immigrazione e attuato dal decreto interministeriale del 29 febbraio 2024. Si tratta di una via di ingresso dedicata ai cittadini di Paesi terzi altamente qualificati che svolgono un’attività lavorativa da remoto, sia in forma autonoma, come veri e propri nomadi digitali, sia alle dipendenze o per conto di un datore o committente anche estero, nella veste di lavoratori da remoto.

Il pregio di questo titolo è di riconoscere giuridicamente una realtà professionale ormai diffusa: chi vive del proprio lavoro digitale può stabilirsi in Italia conservando la clientela e i rapporti già costruiti altrove. A differenza del lavoro subordinato ordinario, l’ingresso non è subordinato alle quote del decreto flussi, e questo libera il candidato dai tempi e dall’incertezza del click day.

Sul piano dei presupposti, la legge richiede l’alta qualificazione del richiedente, un reddito minimo da fonti lecite, una copertura assicurativa sanitaria, un’esperienza pregressa nell’attività, una sistemazione alloggiativa idonea e, per i lavoratori da remoto, un contratto o un’offerta di lavoro. Ciascuno di questi elementi è esaminato nei paragrafi che seguono.

Quanto alla procedura, il candidato presenta la domanda di visto all’autorità consolare italiana del Paese di residenza. Dopo l’ingresso, deve richiedere il permesso di soggiorno entro otto giorni lavorativi alla questura della provincia in cui si stabilisce; al rilascio del permesso gli viene attribuito il codice fiscale, che apre l’accesso ai principali adempimenti amministrativi e fiscali.

Reddito minimo e documentazione richiesta

Il requisito reddituale è ancorato a un parametro mobile, e non a una cifra fissa: la norma chiede un reddito annuo, da fonti lecite, non inferiore al triplo del livello minimo previsto per l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria. Poiché tale soglia è soggetta ad aggiornamenti e conosce articolazioni regionali, il valore puntuale va verificato alla data della domanda, evitando di affidarsi a importi appresi per sentito dire.

Alla capacità reddituale si affianca la copertura assicurativa: il richiedente deve disporre di un’assicurazione sanitaria valida per il territorio nazionale e per l’intero periodo del soggiorno, idonea a coprire le cure mediche e l’eventuale ricovero ospedaliero. È un presupposto stabile, che il decreto non quantifica in un massimale numerico ma àncora alla copertura effettiva dei rischi.

Il dossier documentale comprende poi la prova dell’alta qualificazione, attraverso il titolo di studio o la qualifica professionale equiparata, e la dimostrazione di un’esperienza pregressa di almeno sei mesi nell’attività che si intende svolgere. Vanno aggiunti la documentazione sull’alloggio e, per il lavoratore da remoto, il contratto o l’offerta vincolante; il nomade digitale autonomo provvede inoltre all’apertura della partita IVA.

Proprio perché molti candidati cercano in rete il cosiddetto freelance visa Italy aspettandosi un percorso lineare, conviene segnalare che la qualità del fascicolo fa la differenza. Documenti incompleti, traduzioni e legalizzazioni mancanti o una prova del reddito poco solida sono fra le cause più frequenti di rallentamento: una preparazione accurata a monte riduce sensibilmente il rischio di rilievi.

Quanto dura e come si rinnova

Il permesso di soggiorno per nomadi digitali e lavoratori da remoto ha una durata non superiore a un anno. Si tratta di un orizzonte volutamente contenuto, coerente con la natura del titolo, che fotografa una situazione lavorativa destinata a essere verificata periodicamente nel tempo.

Il titolo è rinnovabile annualmente, a condizione che permangano le condizioni e i requisiti che ne hanno giustificato il rilascio: continuità dell’attività da remoto, persistenza del reddito minimo, validità della copertura assicurativa e dell’alloggio. Sul documento compare la dicitura specifica di nomade digitale o lavoratore da remoto, che ne individua con chiarezza la natura.

La dimensione familiare non è trascurata: i familiari possono ricongiungersi al titolare e ottenere un permesso di pari durata, così da seguire il percorso del nomade digitale senza soluzione di continuità. È un profilo da pianificare fin dall’inizio, perché incide sui requisiti di reddito e di alloggio complessivi.

Sul piano pratico, è prudente avviare la pratica di rinnovo con congruo anticipo rispetto alla scadenza, raccogliendo per tempo le prove della continuità reddituale e contributiva. Un monitoraggio ordinato della documentazione lungo l’anno evita di arrivare al rinnovo con lacune difficili da colmare all’ultimo momento. Conviene inoltre conservare con ordine, lungo tutto l’anno, le fatture, gli estratti conto e i contratti che attestano la continuità dell’attività da remoto, perché sono questi i documenti che la questura valuta in sede di rinnovo. Un fascicolo aggiornato in via continuativa trasforma il rinnovo in un adempimento ordinario, anziché in una corsa contro il tempo.

Regime forfettario per il nomade digitale: conviene?

Sul versante fiscale, il regime forfettario è spesso la prima opzione da valutare. Consente di assoggettare il reddito a un’imposta sostitutiva del 15 per cento, ridotta al 5 per cento nei primi cinque anni per le nuove attività, entro un tetto di ricavi e compensi pari a 85.000 euro annui, con esonero dagli adempimenti IVA e una contabilità semplificata.

Per chi sceglie di lavorare da remoto in Italia da straniero con redditi medi, la convenienza è frequente: il reddito imponibile si determina applicando ai compensi un coefficiente di redditività stabilito per categoria di attività, e su quella base si calcola l’imposta sostitutiva. Il risultato è una tassazione complessivamente contenuta e prevedibile, particolarmente adatta al professionista digitale che lavora in proprio.

Il regime non è però adatto a tutti. Chi supera la soglia dei ricavi, chi ricade in una delle cause ostative o chi prevede una rapida crescita del fatturato dovrà ragionare sul regime ordinario o, nei casi di profili patrimonialmente rilevanti, sui regimi dedicati ai nuovi residenti. La scelta va calibrata sul singolo caso, non per formule generali.

Va infine considerato il profilo contributivo. La posizione previdenziale del nomade digitale dipende dalle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale fra l’Italia e il Paese di provenienza, ove esistenti; in loro assenza si applica la disciplina italiana in relazione alla durata del permesso. Una valutazione congiunta del profilo fiscale e di quello contributivo, condotta prima del trasferimento, è essenziale per stimare il carico effettivo e per evitare il rischio di doppi versamenti o di vuoti di copertura previdenziale durante il soggiorno in Italia.

Un esempio chiarisce l’ordine di grandezza. Un freelance con 60.000 euro di compensi, applicando il coefficiente di redditività del 78 per cento previsto per molte attività, ha un imponibile di 46.800 euro, su cui l’imposta sostitutiva del 15 per cento è pari a circa 7.020 euro. A titolo puramente illustrativo, e tenendo presente che i regimi hanno basi e presupposti diversi, un’aliquota piena del 24 per cento come quella del regime spagnolo Beckham, applicata sugli stessi 60.000 euro, darebbe circa 14.400 euro: un confronto che colloca l’Italia in posizione competitiva per i redditi di questa fascia.

Le città italiane migliori per vivere e lavorare da remoto

Non esiste una città ideale in assoluto: la scelta dipende dall’equilibrio fra connettività, costo della vita, disponibilità di spazi di coworking, presenza di una comunità internazionale e qualità complessiva della vita. Per chi lavora da remoto, la solidità della connessione e la facilità degli spostamenti pesano quanto il fascino del luogo.

Le grandi città offrono il massimo in termini di servizi, infrastrutture digitali e occasioni di networking. Milano è il polo più dinamico per l’economia e l’innovazione, con un’ampia offerta di spazi condivisi e un tessuto professionale internazionale; Roma unisce alla dimensione metropolitana un patrimonio culturale impareggiabile. A fronte di questi vantaggi, il costo degli affitti è il più elevato del Paese.

Le città di media dimensione rappresentano spesso il compromesso migliore. Bologna, con la sua università e la sua vivacità, Firenze, Torino e Verona coniugano servizi adeguati, buoni collegamenti e un costo della vita più sostenibile rispetto alle metropoli, mantenendo una qualità urbana elevata e una vita culturale ricca.

Il Mezzogiorno, infine, attrae un numero crescente di lavoratori da remoto: Napoli, Palermo, Catania, Bari e Lecce offrono clima mite, costi contenuti e comunità di nomadi in crescita. Alcuni borghi del Sud propongono inoltre incentivi al trasferimento della residenza, che possono integrarsi con i regimi fiscali agevolati e rendere ancora più interessante la scelta di stabilirvisi. A questi fattori si aggiunge la qualità della vita quotidiana, fatta di tempi più distesi, di una cucina di livello e di un patrimonio paesaggistico che incide in modo concreto sul benessere di chi lavora da casa. La scelta della città, in definitiva, andrebbe ponderata insieme alla strategia fiscale e di residenza, perché incide tanto sul costo della vita quanto sulla produttività.

Confronto con il visto nomade digitale in Portogallo e Spagna

Il Portogallo è stato fra i primi a strutturare un’offerta dedicata, con il visto per nomadi digitali noto come D8, riservato a chi dimostra un reddito da attività remota adeguato. Sul piano fiscale, il regime IFICI, che ha sostituito il precedente residente non abituale, prevede per i profili ammessi un’aliquota agevolata del 20 per cento sui redditi di lavoro rientranti nel suo perimetro.

La Spagna, dal canto suo, ha introdotto con la legge sulle startup il proprio visto per nomadi digitali, affiancato dal regime fiscale per lavoratori impatriati, comunemente chiamato regime Beckham, che applica un’aliquota del 24 per cento sui redditi di lavoro fino a una soglia elevata, per un periodo pluriennale. Le due destinazioni iberiche restano quindi competitive e fortemente orientate ad attrarre talenti digitali.

In questo quadro, la digital nomad visa Italy si difende con strumenti propri: una base normativa chiara nell’art. 27 del Testo Unico, l’accesso al regime forfettario per i redditi contenuti e, per i profili patrimonialmente più rilevanti, i regimi dedicati ai nuovi residenti. A ciò si aggiungono il valore della qualità della vita, della sanità e della collocazione dell’Italia nel cuore dell’Europa.

La decisione fra Italia, Portogallo e Spagna non si riduce all’aliquota nominale, ma dipende dal profilo complessivo: tipologia di reddito, struttura familiare, prospettive di permanenza e obiettivi patrimoniali. È il confronto che svolgiamo come Italy Visa Investments, che assiste professionisti provenienti da numerosi Paesi nella scelta tra i tre ordinamenti: condotto prima di scegliere, consente di individuare la soluzione realmente più conveniente e di pianificare il trasferimento su basi solide.

Autore

Avv. Federico Migliaccio

Avvocato, Foro di Roma · Studio Legale Internazionale Boschetti

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma dal 2017. Dal 2022 membro dello Studio Legale Internazionale Boschetti, si occupa di diritto dell’immigrazione con focus su residenza elettiva, visto per investitori e riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis.

Albo Avvocati di Roma

Laurea LUISS Guido Carli

Diritto dell’Immigrazione

Cittadinanza Iure Sanguinis

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